16 Mag 2009
E' passato un mese da quella data terribile!
Mentre nei primi giorni, noi gente comune eravamo intenti a fare il possibile anche un po' per sentirci buoni ,e per molti "meno comuni"l'Abbruzzo era diventato un "caratteristico palcoscenico", dove fare, facce d'occasione, passerelle, sorrisi di plastica, ostentazioni di efficienza, io non avevo niente da dire.
Io che ho sempre qualcosa da dire, una parola buona, o arrabbiata o tagliente ero silenziosa e attonita.
Metabolizzavo, la tragedia e aspettavo.......!
Aspettavo a riflettori spenti, di vedere come si fa a ricominciare, aspettavo che I TERREMOTATI ABBRUZZESI MI AIUTASSERO!
Mi aiutassero e m'insegnassero la dignità, la forza, il coraggio di andare avanti rimboccarsi le maniche, anche quando non hai più niente, quando sotto le macerie, hai lasciato tutto, ma non la speranza.
Aspettavo che questi fratelli d'Italia mi donassero la consapevolezza, che se tanto gli altri possono fare, o anche lo stato può fare, tu puoi fare ancora di più.
E sia che un fatto tragico ti tolga tutto in un istante, con clamore, boati, e un terrore sordo e fulminante, sia che tolgano un mattone alla volta dalla tua casa del "mulino bianco", che demoliscano la tua vita a poco a poco, dalle macerie, malridotta, può essere tirata fuori la voglia di ricominciare e andare avanti.
Che magari ha il volto stanco e logoro di una vecchina, che sorride e t'insegna che a volte basta solo aspettare, magari fare la maglia, perchè prima o poi qualcosa di buono arriva.
E' per questo che oggi, ringrazio i miei fratelli abbruzzesi, e mi scuso per non esere riuscita a dare loro conforto, ma anzi di avere aspettato che loro mi donassero qualcosa: quella forza e quel coraggio che spesso sento mi macano.
Ma anche la paura di perdere il posto e con esso i tuoi sogni e tutto, quella che dura da mesi, che si consuma e ti consuma giorno dopo giorno, aspettando con una spada di Damocle che ti pende in testa, che il contratto finisca e stavolta per sempre, ti segna, ti rende peggiore, ti rende un po' sorda e sicuramente muta, e forse un po' cattiva, ma massimamente ricettiva, verso tutto ciò che di buono può darti chi ti è vicino.
Come voi fratelli mie, che mi avete fatto capire che se ARRIVA UNA CATASTROFE, si chiami terremoto, si chiami col nome di Ministro, e che se anche le case o il lavoro (come nel mio caso), o le promesse d'aiuto possono essere precari, noi possiamo comunque essere persone solide, migliori a tempo indeterminato.
Mentre nei primi giorni, noi gente comune eravamo intenti a fare il possibile anche un po' per sentirci buoni ,e per molti "meno comuni"l'Abbruzzo era diventato un "caratteristico palcoscenico", dove fare, facce d'occasione, passerelle, sorrisi di plastica, ostentazioni di efficienza, io non avevo niente da dire.
Io che ho sempre qualcosa da dire, una parola buona, o arrabbiata o tagliente ero silenziosa e attonita.
Metabolizzavo, la tragedia e aspettavo.......!
Aspettavo a riflettori spenti, di vedere come si fa a ricominciare, aspettavo che I TERREMOTATI ABBRUZZESI MI AIUTASSERO!
Mi aiutassero e m'insegnassero la dignità, la forza, il coraggio di andare avanti rimboccarsi le maniche, anche quando non hai più niente, quando sotto le macerie, hai lasciato tutto, ma non la speranza.
Aspettavo che questi fratelli d'Italia mi donassero la consapevolezza, che se tanto gli altri possono fare, o anche lo stato può fare, tu puoi fare ancora di più.
E sia che un fatto tragico ti tolga tutto in un istante, con clamore, boati, e un terrore sordo e fulminante, sia che tolgano un mattone alla volta dalla tua casa del "mulino bianco", che demoliscano la tua vita a poco a poco, dalle macerie, malridotta, può essere tirata fuori la voglia di ricominciare e andare avanti.
Che magari ha il volto stanco e logoro di una vecchina, che sorride e t'insegna che a volte basta solo aspettare, magari fare la maglia, perchè prima o poi qualcosa di buono arriva.
E' per questo che oggi, ringrazio i miei fratelli abbruzzesi, e mi scuso per non esere riuscita a dare loro conforto, ma anzi di avere aspettato che loro mi donassero qualcosa: quella forza e quel coraggio che spesso sento mi macano.
Ma anche la paura di perdere il posto e con esso i tuoi sogni e tutto, quella che dura da mesi, che si consuma e ti consuma giorno dopo giorno, aspettando con una spada di Damocle che ti pende in testa, che il contratto finisca e stavolta per sempre, ti segna, ti rende peggiore, ti rende un po' sorda e sicuramente muta, e forse un po' cattiva, ma massimamente ricettiva, verso tutto ciò che di buono può darti chi ti è vicino.
Come voi fratelli mie, che mi avete fatto capire che se ARRIVA UNA CATASTROFE, si chiami terremoto, si chiami col nome di Ministro, e che se anche le case o il lavoro (come nel mio caso), o le promesse d'aiuto possono essere precari, noi possiamo comunque essere persone solide, migliori a tempo indeterminato.
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